sabato 13 luglio 2013

A casa Milanello tutto è bello

Nel deserto che sta diventando la serie A italiana, e senza i miracoli dell'Inter di Mourinho ce ne saremmo accorti con qualche anno di anticipo, il Milan può nutrire qualche ragionevole ambizione per inseguire il prossimo scudetto. La squadra rossonera non è un granché, ma ha qualche possibilità visto il (de)nutrito campo di partenti. La Juventus si è rafforzata e dovrà necessariamente fare qualche cessione in attacco. Possibili partenti sono uno/due tra Giovinco, Matri e Quagliarella. Il primo rischierebbe se dovesse arrivare Diamanti dal Bologna. Criticare una squadra che vince due scudetti consecutivi è un gioco pericoloso, soprattutto in Italia dove l'assenza di una cultura sportiva genera una proliferazione di volenterosi soccorritori per il vincitore. Ma a voler cercare il pelo nell'uovo nella gestione di Antonio Conte e nelle scelte di mercato di Marotta, si può dire che la cessione di Giaccherini è come minimo frettolosa. Trattasi di un'operazione giustificabile con le esigenze di bilancio, ma da un punto di vista tecnico parte un jolly, curiosamente valorizzato più in Nazionale che nel club, e dovrebbe rimpiazzarlo un trequartista (Diamanti). Evidente la volontà del giocatore di non perdere il treno per il prossimo Mondiale. La Juve perde qualcosina, anche se, come detto, è una questione marginale visto che non si tratta di un titolare. Contro ogni pronostico poi la Juventus ha preso un top player vero: Carlitos Tevez. Il sogno di Galliani vestirà bianconero. Gli anni dei Bendtner scambiati per Van Persie sono finiti?

L'Inter è un cantiere, la Fiorentina cambierà radicalmente modo di giocare, dato che adesso ha un vero centravanti (Mario Gomez, aka Il Torero). Il Napoli ne cede uno all'anno al PSG: se parte Cavani si fa molto dura. Per questo il Milan lotterà e magari vincerà pure. Ma in questi anni di vacche magre c'è sempre un qualcosa di comico nella gestione rossonera: la pretesa di essere sempre primi, di sognare che a casa Milanello tutto è sempre bello . E una tifoseria, che salvo qualche eccezioni, si beve qualunque boutade della dirigenza. Il logo "club più titolato al mondo" non sarebbe neanche preso in considerazione in altri club. Al Milan sì. E' normale e i tifosi sono contenti. L'ultimo anno è stato tragicomico. Prima un'estate con le cessioni di Ibrahimovic e Thiago Silva, condite con la solita retorica della conferma mascherata manco fosse un nuovo acquisto. Peccato che poi Thiago sia partito per Parigi con Ibrahimovic. Poi l'arrivo di De Jong, noto per lo spettacolo di macelleria inscenato nella finale del Mondiale Sudafricano (del resto l'affiancava Van Bommel, noto contagiatore di simpatia e buon giuoco), scambiato per un giocatore in grado di spostare gli equilibri. Ma la cosa migliore resta la capacità di perpetuare la storiella della volpe e l'uva. Ad inizio l'arrivo di De Jong bastava per ringraziare il Presidente (che non ha fatto altro che usare parte dei soldi incassati dal PSG) e fare proclami bellicosi. Poi un inizio disastroso. L'esplosione, per certi versi inattesa di El Shaarawy. L'arrivo di Balotelli, lui sì grande colpo. Qualche arbitraggio benevolo ed un terzo posto agganciato dopo un 2013 ottimo, ma per certi versi sopravvalutato. Nel mezzo un tracollo col peggior Barcellona degli ultimi anni. Adesso si riparte con le solite cazzate (sempre sul podio negli ultimi cinque anni) che i milanisti bevono per abitudine. Un ribaltamento continuo della realtà, manco fossimo in 1984. La sconfitta diventa una vittoria: prendete l'ultima stagione, adesso sembra quasi che i primi mesi (disastrosi) siano stati una parentesi insignificante perché il Milan è la squadra che ha fatto più punti nel 2013.

Infine i "question marks" Robinho e Allegri. Il primo si è provato a venderlo a tutti i club brasiliani, nell'ultimo anno è stato un oggetto misterioso che ha avuto il merito di scatenare entusiasmo con gol fantozzianamente sbagliato. Adesso, dato che è un po' come la pora Camilla che tutti vogliono e nessuno se la piglia, resta a casa Milanello, ma si finge entusiasmo perché resta. In panchina. Per finire due parole sull'allenatore che nei tre anni ha dimostrato carattere da vendere (non si è fatto mettere i piedi in testa dai senatori, è un bene), ma al tempo stesso ha proposto un calcio povero, salvato da fantastici solisti (ieri Ibrahimovic, oggi Balotelli). Anche qui non si è capito quale considerazione abbia la presidenza del mister livornese e di conseguenza resta il dubbio che la conferma sia d'obbligo per non dover pagare due allenatori in tempi di crisi.

sabato 6 luglio 2013

Belinelli agli Spurs e il trionfo della tenacia

La carriera NBA di Marco Belinelli è una storia che merita di essere raccontata. E soprattutto merita un lieto fine. Nel 2007 l'italiano partecipa al Draft dove viene scelto con la 18a scelta dai Golden State Warriors. In molti sono scettici perché Belinelli, essendo una guardia, andava a competere in un ruolo in cui gli americani hanno problemi di abbondanza. Don Nelson, allenatore della franchigia californiana, spendeva sin da subito parole d'elogio per Belinelli (I think he's sensational). Parole false, o come minimo frettolose, perché i due anni della guardia italiana nei Warriors non sono indimenticabili. Durante il primo anno appare (è il caso di usare questo verbo) in 33 partite di regular season (quindi sono più le gare in cui non mette piede in campo - 49). Di quell'anno si ricordano i troppi, malinconici garbage time, in cui il Beli doveva praticamente lottare con i compagni di squadra per avere la possibilità di fare qualche punto. Sì, perché il garbage time, vale a dire i minuti finali di partite in cui il punteggio è già definito, sono l'unica vetrina per i disperati esclusi dalle rotazioni, e si trasformano in una gara per mettere a referto qualche statistica (gli americani sul tema sono maniacali, basta guardare il sito del NBA). Ma almeno quell'anno il record dei Warriors era positivo, e non era la prima volta che un rookie europeo veniva platealmente escluso dalle rotazioni che contano. Insomma si poteva accettare un inizio così duro, mentre restava inaccettabile il soprannome scelto per il Beli: "The Cookie Monster" non può essere un vanto.

L'incredibile avviene l'anno dopo. Don Nelson usa Belinelli in modo schizofrenico. Partite in cui l'italiano è in quintetto ed è trattato come se fosse il principale terminale offensivo (vedi la vittoria in casa con Boston), si alternano a partire in cui viene umiliato con rotazioni ai limiti del mobbing (NY). Le statistiche migliorano, ma non c'è il salto di qualità atteso. A fine anno l'addio ai GSW è la soluzione più logica, ma il passaggio a Toronto non produce la svolta attesa: Belinelli, nella considerazione degli addetti ai lavori, resta una guardia tiratrice, debole in difesa. 

La prima vera svolta arriva l'anno dopo con il passaggio ai New Orleans Hornets dove si ritrova ad essere guardia titolare al fianco di Chris Paul. Belinelli acquisisce fiducia, per la prima volta chiude l'anno con più di dieci punti di media a partita e fa anche un giro nei playoff, dove gli Hornets vengono eliminati per 4-2 ai Lakers. Poi un anno di transizione sempre negli Hornets, ma stavolta privi di Paul, partito per Los Angeles sponda Clippers, e ambizione. Quindi la seconda svolta con il passaggio ai Bulls. Belinelli dimostra di stare a pieno diritto nella NBA. L'inizio non è dei migliori perché Thibodeau non si fida delle capacità difensive dell'azzurro, ma poco per volta Belinelli conquista fiducia e minuti, e finisce per giocare due serie di playoff da protagonista. Certo, la serie con Miami ha mostrato che Belinelli non è Dwayne Wade e nemmeno LeBron James (ma chi pensava il contrario?), non sarà mai ai loro livelli e difficilmente sarà titolare fisso in un team che punta al titolo, ma quanto fatto vedere nell'anno dei Bulls, era semplicemente inimagginabile pensando al terribile inizio.

Adesso si preannuncia la terza svolta. La firma di un contratto da free agent con gli Spurs è un momento chiave per le motivazioni che hanno guidato la scelta della guardia italiana. Chiariamo sin da subito che è evidente come vi sia una bella differenza tra chi rinuncia a $3mln per guadagnare comunque una cifra simile, e il modesto dipendente che rinuncia a qualche centinaia di euro. Ma resta comunque un fatto constatare come Belinelli abbia preferito gli Spurs, nonostante offrissero meno soldi (ha firmato un biennale da $6mln, Cleveland si dice ne offrisse 9), perché vuole imparare (e trova Popovich, un maestro) e giocare in un team che punta in alto. Non è cosa da poco in quel fantastico circo che risponde al nome di NBA, e forse è la spiegazione più semplice per capire le enormi motivazioni che hanno spinto questo ragazzo a non mollare, a migliorarsi poco per volta e a credere sempre nei suoi mezzi. Un bravo se lo merita tutto.