lunedì 30 novembre 2009

L'involuzione dei Raptors

Ad inizio stagione mi ero illuso di poter vedere qualche italiano nei playoff NBA, ma per come si stanno mettendo le cose sarà molto difficile che si realizzi questa possibilità. Danilo Gallinari sta ben figurando nei New York Knicks, ma la sua media di 13.1 punti a partita con il 43.6% da tre, non basta a risollevare il record di una squadra che al momento attuale vanta 3 vinte e 14 perse (terzultima nell'intera NBA). I Knicks stanno evidenziando le stesse lacune emerse nella seconda parte della scorsa stagione ed è molto probabile che realizzino un record peggiore rispetto a quello del 2008/09. Chi ha buona memoria ricorderà che il team di New York aveva un discreto record fino a quando fu organizzato una trade al fine di cedere Randolph. Non voglio di certo criticare la dirigenza per quella legittima scelta, ma dietro quella cessione si nascondeva l'evidente intento di alleggerire il salary cap per poter ambire ad almeno uno dei free agent che si libereranno la prossima estate, e si accettava chiaramente di rinunciare ad ogni ambizione di breve termine. Tutte le operazioni che i Knicks hanno svolto sul mercato sono finalizzate ad allestire un team competitivo nel 2010, peccato che però ci sia in mezzo una stagione da giocare, possibilmente in modo dignitoso. In mezzo a questo cantiere dove molti giocatori hanno già la valigia in mano, Gallinari prova a dare un senso alla sua esperienza NBA. L'anno scorso i guai fisici l'hanno limitato, mentre in questa stagione (in pratica lui è un rookie) sta dimostrando le sue qualità.

Le speranze per gli italiani sono riposte nei Toronto Raptors che però hanno perso lo smalto d'inizio stagione e, considerato che la contesa è iniziata da un mese, non c'è da essere felici. I Raptors delle prime uscite erano leggeri in difesa, ma almeno sviluppavano una manovra offensiva corale e fluida. La gara di ieri con Phoenix ha mostrato l'instabilità della pallacanestro proposta da Triano: se l'attacco non gira, la sconfitta è assicurata. I Raptors hanno avuto una percentuale dal campo del 39.1%, contro il 51.2% dei Suns, l'unica bomba di Toronto l'ha messa Bargnani (per i Raptors 1/20 da tre!). Queste statistiche non sono figlie del caso, ma del modo inconcepibile in cui gioca Toronto: pochi passaggi, poco movimento in attacco, Bosh e Turkoglu che catalizzano metà dei palloni e si prendono forzature esagerate, mentre dall'altra parte si vedeva una squadra che correva e faceva girare la palla coinvolgendo (quasi) tutti in attacco. La frustrazione dei Raptors diventava evidente quando Belinelli, perennemente ignorato dai compagni, decideva di fare tutto da solo e andava a prendersi un tiro impossibile da realizzare. Non per difendere Belinelli, che tra l'altro spesso decide di giocare 1 contro 5, ma dietro quel gesto si nascondeva la pessima gestione dei possessi offensivi operata da Toronto. Triano deve lavorare perché se i Raptors smettono di giocare come una squadra e di segnare possono perdere con chiunque.

sabato 28 novembre 2009

I panni sporchi è meglio non averli!

Nei deliri quotidiani che ci regala il premier più rock degli ultimi 50 anni, ci mancava anche l'invettiva contro gli scrittori che raccontano le vicende di mafia. L'accusa formulata da quella mente acuta che governa l'Italia è quella di essere anti italiani perché raccontando i lati oscuri del paese fanno fare una brutta figura a tutta la nazione. L'esternazione del Presidente non mi stupisce perché le sue uscite hanno sempre dimostrato una scarsa lungimiranza e una mediocrità diffusa su tutti i temi, piuttosto potrebbe stupirmi sentire qualcuno che difende tale oscenità. Come è noto anche ai sassi la "stabilità" socio-politica che investe tutti i paesi dell'occidente è dovuta ad un'evoluzione culturale che è stata condivisa dalle masse popolari. Se oggi viviamo in una democrazia è grazie a tutte quelle persone che hanno pensato certi principi (che noi oggi riteniamo basilari e giusti) e li hanno inculcati nella testa di tutte quegli individui "normali" che vivono in contesti dove gli stessi principi erano negati. Le battaglie per la democrazia sono state vinte grazie al coinvolgimento diretto dell'intera popolazione, che ha condiviso certe idee al punto da arrivare a combattere per ottenere diritti e trasformazioni sociali.

Il premier ignora tutte queste riflessioni perché lui vive nel suo mondo fatato con le canzoni di Apicella, le cene a Palazzo Grazioli, le barzellette e gli affari dell'impero Fininvest: qualunque considerazione sull'evoluzione storica dell'individuo nella società esula dalle sue capacità e dai suoi interessi! L'invettiva contro gli scrittori conferma questa disamina. Per B. essere italiani significa essere fanatici: nascondere le debolezze ed esaltare i punti di forza. Ma un discorso così miope esclude qualunque possibilità di cambiamento e di miglioramento. Le trasformazioni sociali sono sempre avvenute quando i problemi sono stati affrontati di petto, quando sono stati nascosti o sminuiti non s'è mai ottenuto un cambiamento vero. La mafia non è un fenomeno che va analizzato punendo i colpevoli, ma ci sono anche alcuni atteggiamenti che certamente non vanno puniti, però devono essere corretti. E mi riferisco all'atteggiamento mentale di chi accetta la mafia. Certo si parla di persone che non entrano nelle organizzazioni mafiose, ma le rispettano e con questo atteggiamento tacito favoriscono il rafforzamento degli organismi criminali. Se non si riesce a cambiare il modo di pensare delle persone resteremo un paese incompiuto, in cui la lotta per la legalità sarà una guerra senza fine combattuta dalle forze dell'ordine.

L'opera degli scrittori che provano a trarre ispirazione dalla realtà per sensibilizzare l'opinione pubblica è di fondamentale importanza. Da un lato colpisce direttamente le persone che accettano questo stato delle cose, mentre dall'altro mostra a tutto il mondo un'istantanea sulla situazione sociale di alcune aree. In un paese dove si usa tanto la parola "fare", questo dovrebbe essere uno stimolo per migliorare e cambiare il modo di pensare. Quando invece si fa finta di fare, allora è più comodo nascondere i problemi e raccontare qualche barzelletta.

giovedì 26 novembre 2009

Più ingiustizia per tutti

Dopo che la Corte Costituzionale ha bocciato il Lodo Alfano, la giustizia è diventata la priorità dell'esecutivo di Berlusconi. La cosa non stupisce più di tanto perché il nostro premier cerca sempre di sfuggire al controllo di qualunque organo di garanzia. Ma nel nuovo dibattito sono riemersi i soliti, fastidiosi, elementi di faziosità. Prendiamo una persona dall'aspetto serio, il Ministro Angelino Alfano. Quando va in tv ci ricorda le multe che l'Italia paga per le lungaggini della giustizia e ci dice che questa proposta ("prescrizione breve") si tradurrebbe in un risparmio economico. Ma se è indubbio il beneficio pecuniario, si può dire altrettanto sotto il punto di vista delle legalità? Forse no, perché il modo più veloce ed immediato per non incorrere nel rischio di sanzioni causate dai tempi giudiziari, è quello di evitare di celebrare qualunque processo. Se non fai processi come farai ad impiegare troppo tempo per portarli a termine?
Poi vi è pure tutto il discorso (patetico) sul numero di cause che verrebbero annullate. Alfano fa una stima statica e ci dice che ad oggi l'1% dei processi viene ucciso, peccato che ad ogni regola del legislatore corrisponda una reazione razionale dei soggetti (cioè noi!) e questa si traduce in una variazione della domanda di giustizia. Ecco perché l'analisi dinamica deve essere utilizzata per stimare gli effetti della "porcheria". Al tempo stesso è ridicolo il discorso sulla produttività dei giudici perché il sistema giudiziario può essere assimilato ad un qualunque servizio. Abbiamo i serventi e coloro che richiedono la prestazione, ma le cause (giudiziarie) presentano una eterogeneità tale da non potere essere considerate un insieme omogeneo. Comunque è evidente che se il sistema non riesce a soddisfare la domanda in tempi ragionevoli ci sono tre cause possibili coesistenti: risorse umane, norme e comportamento dei cittadini.

1) I magistrati fannulloni. E' il cavallo di battaglia dei pidiellini, del resto anche una grande lavoratrice come Alessandra Mussolini è scandalizzata per il fatto che lavorano 4 ore al giorno. Sia ben chiaro che 4 ore al giorno sono una cifra ridicola e il disappunto cresce se pensiamo alla percentuale di magistrati parassiti che ci saranno. Il fatto di avere una quota di scansafatiche è fisiologico, soprattutto in una categoria così numerosa. Però nel discorso sulle 4 ore gli accusatori si dimenticano di spiegare perché i tribunali sono aperti solo la mattina e, intanto che ci sono, potrebbero anche chiarirci le idee in merito ai vuoti d'organico. L'analisi dei berluscones in genere nasce e finisce qui, senza considerare il dimensionamento del sistema "giustizia".

2) Il modo in cui è strutturato il processo. Prima di fare paragoni (arditi) con la Gran Bretagna, la Francia e compagnia, sarebbe meglio analizzare i diversi ordinamenti giuridici per capire se le nazioni sono confrontabili. Mi risulta che siamo il paese che offre più vie d'uscita agli imputati. Le possibilità di tirarla per le lunghe e arrivare all'agognata prescrizione sono pressochè infinite. Questo provoca mancanza d'armonia nel sistema giuridico perché se qualcuno cerca di accorciare i tempi, qualcun altro non ha il minimo interesse a perseguire tale obiettivo. Da notare che in questo modo si tutelano gli imputati colpevoli rispetto a quelli veramente innocenti. E' chiaro che le parti offese sono l'ultima ruota del carro.

3) Andiamo sulle cose raffinate (si fa per dire..), ma nessuno parla della domanda di giustizia. Alfano ha detto che ci sono tre milioni di cause penali, e siamo in un paese di 60 mln di abitanti, ci rendiamo conto della gravità del dato? Ricapitoliamo perché emerge un bel quadretto. Da un lato vi è un sistema giudiziario sotto dimensionato, in parte svogliato, mentre dall'altra parte abbiamo un ordinamento che garantisce enormi vie di fuga per chi non vuole farsi processare. E' palese che sommando le due osservazioni si determina il comportamento razionale dei cittadini, i quali sono incentivati ad intraprendere quei comportamenti illegali che garantiscono dei benefici tali da giustificare il rischio (ridotto) di pagare per l'azione vietata.

Le proposte del PdL partono da una concezione deviata della giustizia, la si ritene uno strumento fastidioso che limita l'azione individuale. Questa idea è egocentrica e tipica di chi fa gli affari "borderline", ma è lontana dalla destra legalitaria che si basava sul concetto di libertà del singolo dopo il rispetto delle regole comuni (uguali per tutti).

mercoledì 18 novembre 2009

La guerra sul nulla

Ennesimo capitolo della polemica (noiosa) tra "Repubblica" e "Corriere della Sera". Oggi Pierluigi Battista, noto oppositore del Governo, ha espresso il suo punto di vista sulla vicenda Gheddafi rifilando una stoccatina al quotidiano di Ezio Mauro. L'osservazione è piuttosto banale, ma parte dalla constatazione che Gheddafi, cioè quel leader libico che accolse come eroi i terroristi di Lockerbie, ha organizzato un convegno la cui iscrizione era aperta a 200 giovani donne. L'unico piccolo problema era che per partecipare a quella manifestazione, svoltasi a Roma a margine del vertice FAO, bisognava possedere dei requisiti estetici e non culturali o professionali. Qualcuno demonizza le ragazze che hanno partecipato, ma per onor di cronaca va pure ricordato che sono state pagate 50 euro per ascoltare l'illuminante discorso di Gheddafi, e considerato che non si prostituivano mi sembra ingeneroso biasimare una 18enne che decide di guadagnarsi qualcosina in quel modo.

Comunque il buon Battista vede un grande scandalo: "Repubblica" lancia le petizioni contro il premier (mai nominato nell'articolo) e non fa altrettanto con Gheddafi. Sacrilegio!

Mi sembra un ragionamento da bambini dell'asilo, la coerenza si mostra nei giudizi e applicando lo stesso metro a tutte le situazioni. Battista vuole trasformare questa forma di coerenza in qualcosa che è impossibile da osservare. Se la stessa azione la compiono uomini diversi è del tutto normale che le reazioni siano diverse nella forma, ma ciò che conta è che vi sia una integrità nei contenuti. Non è scandaloso che "Repubblica" lancia la petizione contro Mr B. a difesa della dignità delle donne, e non fa altrettanto contro Gheddafi, del resto siamo in Italia mica in Libia. Non si può scambiare la coerenza umana con l'automatismo, è un eccesso di zelo che se fosse portato all'estremo dimostrerebbe come nessuno sia coerente.

Sono veramente deluso da un "Corriere" che pubblica questi stralci di guerre editoriali e si dimentica di dare spazio alle riflessioni di editorialisti più validi.

martedì 17 novembre 2009

Si dice il peccato, ma non il peccatore

Dopo il successo commerciale di "Gomorra", Roberto Saviano è diventato un personaggio chic. Non voglio dire che questa sia una sua colpa, anzi, ma è innegabile che dapprima è stato esaltato da chi aveva effettivamente letto il libro e poi è diventato un'icona per il passaparola e grazie al successo del film omonimo. La politica italiana, seguita da un certo giornalismo accondiscendente, ha annusato l'aria che tirava e tutti hanno fatto a gara per associare la propria immagine a quella del fortunato scrittore. Mentre qualche professionista del populismo provava a guadagnare qualche voto, lo scrittore campano rischiava la vita, difatti dal 13 ottobre del 2006 vive sotto scorta.

C'era già una bella discrepanza tra chi ci metteva la faccia e chi provava ad avere un tornaconto personale, ma l'effetto Saviano era ineusaribile. Tutti ad esaltarlo e tutti ad iscriversi al gruppo di facebook "giù le mani da Saviano" (o qualcosa di simile). Ma non appena lo scrittore ha iniziato a fare i nomi dei politici collusi con la camorra, ecco che i professionisti del cadreghino hanno iniziato a prendere le distanze. Alcuni giornali hanno iniziato il solito, collaudatissimo, giochetto dello sputtanamento della persona per denigrarla completamente. Del resto vanno benissimo gli annunci e i proclami contro l'illegalità, ma non appena ci si accorge che qualche personaggio pubblico potrebbe essere supportato dalla criminalità, ecco che tutti i cuor di leone fuggono dalla sacra battaglia per la legalità. Questo è lo specchio di un paese dove abbiamo una classe politica che fa finta di cambiare le cose. Si parla di lotta all'evasione e poi scopri che nessuno si opera per garantire la tracciabilità dei pagamenti (e le tecnologie ci sono!), si parla di lotta alla mafia e Don Luigi Ciotti protesta perché attraverso la vendita dei beni sequestrati si rischia di rimetterli nelle mani di chi si vuole combattere. E purtroppo questo è un problema che non dipende dalla maggioranza democraticamente eletta.

Un paese dove bastano i propositi e un bel discorsetto è più che sufficiente per sentirci a posto con la nostra coscienza, e per pensare di aver contribuito a cambiare le cose. Un paese dove si premia chi eccelle nella mediocrità e dove chi prova a dare seguito alle parole coi fatti, viene bollato come "uno scrittore politicizzato".

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